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A cura di Francesco Del Conte e Tiziana Contri
1900/1910 - ART NOUVEAU
PARTE DUE: “La poetica della struttura”

Hendrik Petrus Berlage – Borsa di Amsterdam (1898-03)
Tony Garnier – Citè industrielle (1904)
Auguste Perret – edificio in rue Franklin, 25bis, Parigi (1903)
Auguste Perret - Garage in rue Pontieu, Paris (1905)
Auguste Perret - Theatre des Champs Elysees, Paris (1911-14)
Peter Behrens – Fabbrica di Turbine AEG, Berlino (1909)

Bibliografia

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Hendrik Petrus Berlage – Borsa di Amsterdam (1898-1903)
La Borsa di Amsterdam è un edificio che ha un rapporto con la storia e abbandona l'Art Nouveau.
Attraverso il movimento olandese della Scuola di Amsterdam si fondano alcuni stilemi su cui lavoreranno in America Sullivan e Richardson. Berlage (1856-1934) si forma a Zurigo presso i diretti discepoli di Gottfried Semper, per cui si spiega la sua educazione razionale e tipologica.

Altro elemento utile per la comprensione della formazione di Berlage, è il viaggio che compie nel 1881 a Venezia in cui verrà fortemente colpito, come molti nordici, dal Palazzo Ducale e dall'uso della parete traforata. Scrive il libro “Principi ed evoluzione dell’architettura” in cui denuncia i punti cardine della sua concezione architettonica: il primato dello spazio, l'importanza dei muri come creatori di forma e la necessità di proporzioni sistematiche.
In tutta la sua opera c'è un tentativo di coniugare due grandi ceppi ideologici: quello di Semper, con l’idea dell'origine tessile dell'architettura e il concetto del rivestimento, e quello di Violet le-Duc sulla verità della struttura.
La Borsa è un'opera che nasce negli stessi anni della grande diffusione dell'Art Nouveau ed è apparentemente neo-romanica, un'opera di rottura rispetto a tutte le concezioni Art Nouveau che aveva decretato la fine di ogni revaival e di ogni ripresa eclettica degli stili storicistici.

L'edificio viene situato nel cuore della città seicentesca, formato da case con facciata stretta e lunga che si affacciavano sui canali della città (Amsterdam è situata su una rete orografica molto articolata).
L'area occupata è uno trapezio rettangolo; ci sono tre sale principali, la borsa merci, la borsa cereali e la borsa valori, intorno si aprono una serie di salette destinate ad uffici.
Esternamente ci sono delle pareti lisce che ripropongono la ritmicità delle aperture degli uffici, queste pareti prive di elementi aggettanti in cui predomina un trattamento di appiattito della facciata, contengono in sé la volontà collegare l'edificio con la realtà urbana in cui si colloca senza rottura rispetto all'andamento estremamente ritmico e ripetuto delle varie case che si affacciano sui canali. C'è il desiderio di lasciare immutato il ritmo delle facciate espresso dalle piccole aperture del prospetto che conferisce quella dimensione neo-romanica.

L'interno spesso è stato ravvicinato alla basilica medievale, infatti è riconoscibile una grande navata centrale e piccole navate laterali, rappresentate dalle zone per gli uffici; l'alzato mostra una divisione che ricorda quello del matroneo della chiesa medievale (basilica medioevale nel senso di edificio utilizzato per attività civili, come Palazzo della Ragione di Padova, la Basilica di Palladio di Vicenza).

Vi è la ripresa di un rapporto con ciò che viene studiato in America da Richardson, e ripetuto nei primi grattacieli di Chicago, (cioè l'attenzione molto forte ai sistemi di arcature, l'attenzione verso l'impianto della basilica medioevale), ma, rispetto a Richardson, Berlage non apprezza tanto la struttura massiva degli archi. Infatti i grandi archi che utilizza sono di ferro con una struttura molto leggera che si ricollega alle capriate che sostengono il lucernario, ossia un elemento leggero che copre una struttura muraria pesante. Si abbandona l'uso dei grossi conci di pietra, tutto il lavoro di Berlage è sulla muratura, sulla costruzione lenta di questa architettura, con una forte attenzione alla disposizione interna per parti derivanti direttamente dalla necessità funzionale e dalla destinazione d'uso.

Un altro riferimento medioevale avente valenza etico - civile, è quello alle piazze coperte medioevali. Sitte nel testo del 1889 “L’arte di costruire la città” sosteneva che la città deve fondarsi sul recupero della bellezza delle città antiche e soprattutto delle loro piazze chiuse, che nel moderno vengono sacrificate per l'esigenze del traffico. Di conseguenza ritorna l'idea di una grande piazza coperta.

All'intemo appare un evidente bicromatismo tra il bianco dei capitelli, estremamente stilizzati e ridotti a forme geometriche, e il rosso del mattone, che non è un rosso compatto perché si tratta di una specie di tesseramento a mosaico.
All’estemo appare una copertura molto mossa, con elementi gradonati, piramidali che creano un andamento che richiama la cittadella medievale. Un andamento talmente mosso che ha fatto ipotizzare un rapporto con la tradizione, molto forte per Amsterdam e per l'Olanda, del taglio dei diamanti.

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Ingrandisci l'immagine Tony Garnier – Citè industrielle (1904)
Garnier (1869-1948) si forma a Parigi all'intemo della scuola delle "Beaux Arts" A Parigi esistevano ed esistono ancora oggi delle scuole private e delle scuole pubbliche e le "Grandes Ecoles", ossia grandi scuole fortemente selettive.
Maestro suo e di Perret fu Julien Goudet che scrive nel 1902 un trattato “Elementi e teorie dell’architettura” in quattro volumi, in cui propone la rielaborazione del metodo, presentato un secolo prima nel 1805 da Durand, che prevedeva una combinazione razionale di forme architettoniche tipizzate, metodo che riprende il lavoro di Claude Nicola Ledoux sulle barriere di Parigi. Su queste Ledoux applica un grande lavoro di combinazione delle forme tipizzate, attraverso un intervento tipologico e combinatorio.
Proprio questa attenzione alla tipologia sarà un elemento importante per l'opera di Garnier.

Il problema è desumere una tipologia commerciale, trasmissibile, comunicabile, che permetta di essere applicata ovunque. Ricordiamo come l'edificio di Sufflot, nella metà del '700, pone il problema della tipizzazione rispetto a delle idee funzionali della città moderna. Proprio la trasmissibilità della tipologia e della tipizzazione delle forme sarà un altro elemento ritrovabile in un altro testo fondamentale di questo periodo “L’histoire de l’architecture” di Choisy del 1898. In esso per la prima volta, viene proposta una storia dell'architettura attraverso la costruzione e il desiderio di comunicazione, le norme costruttive che stanno all'origine degli edifici. È interessante la semplificazione nella resa grafica dell'immagine che accompagna il testo. Si tratta quasi sempre di spaccati assonometrici, praticata molto all'epoca rivoluzionaria che nasceva dall'esigenza di scarnificare l'edificio e far vedere l'elemento strutturale portante, la norma costruttiva che ne stava alla base.

Nel 1899 Garnier vince la borsa per il "Prix de Rome" (istituzione francese molto importante) ossia una borsa di studio per lavorare a Roma, alla Villa Medici, e Garnier, dopo una serie di tentativi falliti, la vince e trascorre quattro anni a Roma.
Durante questi anni elabora i piani per la Citè industrielle. Contemporaneamente a tali piani lavora alla rielaborazione dell'antica città di Tuscolo.
La Citè industrielle senza il lavoro per la città di Tuscolo sarebbe stata molto criticata perché un progetto assolutamente rivoluzionario che si staccava dalla realtà dell'antico (vera ragione per cui gli studenti francesi studiavano a Roma). Quindi da un lato il lavoro per la città di Tuscolo nasconde un atteggiamento d'amore ed affezione di Gamier verso le forme e le tipologie dell'antico dall’altro mitigava l’arditezza del suo lavoro contemporaneo.

La Citè industrielle è un'opera riguardante una città ideale ma non concepita in forma utopistica, nel senso di una città non realizzabile, con una forte componente ideologica e di riforma sociale. Si tratta di una città pensata per essere realizzata.
(Il termine utopia è bivalente, tale concetto viene fatto partire da una doppia radice etimologica: u-topos ovvero la città che non c'è ed eu-topos la città buona, migliore, pensata per il bene degli abitanti. Le due cose spesso coincidono perché la città migliore è di difficile realizzazione, però quelle degli architetti, che dalla fine dell'800 si occupano di problemi sociali, vengono pensate per essere realizzate pur avendo una finalità ideologica molto forte).

La Citè industrielle doveva prevedere 35.000 abitanti e la zona era stata pensata minuziosamente da Garnier e prevedeva una parte in pianura ed una in collina, con un fiume nella parte bassa del territorio ed un torrente che invece si innestava dall'alto. Nell'ansa dei due corsi d'acqua era prevista la vera zona industriale della città; un'ampia fascia di verde separava il nucleo industriale e gli impianti ferroviari della zona residenziale. La zona residenziale aveva un andamento allungato con un asse centrale molto ampio.

Il calcestruzzo armato fu il materiale previsto per tale costruzione, esso fu lasciato assolutamente liscio, privo di decorazione, non c'era alcuna concessione decorativa da parte di Garnier. L'atteggiamento di Garnier di segnare fortemente tutte le direttive del sistema viario deriva sia da una necessità di facilitare la percorribilità della città, ma anche da una volontà igienista della concezione stessa della città, poiché, avendo vie ampie e praticabili, la città ha spazi più ariosi, aperture più fruibili che facilitano l'igiene della città.
Tale sistema viario identifica due elementi, che avranno un ruolo fondamentale nella urbanistica razionalista: la zonizzazione, quando Gamier decide le funzioni e le destinazioni d'uso per determinare zone della città, e l'uso della lottizzazione quando all'interno di una singola area si ha una divisione destinata ad ospitare unità residenziali mono e pluri-familiari.

Nel 1904 tale progetto viene esposto a Parigi ma non ottiene il successo aspettato da Gamier, fortunatamente nel 1905 si attua a Lione, città natale di Gamier, un grande piano di riforma urbanistica, portato avanti dal sindaco radicale Herriot, che inaugura l'epoca dei Grands Traveaux de la ville de Lyon. All'interno di questi lavori di ristrutturazione su scala urbana vengono immessi singoli progetti che Gamier aveva previsto per la "Città industriale", in particolare vengono realizzati il complesso di edifici per il macello ed il mercato del bestiame, lo stadio, l'ospedale Grande Blanche ed il quartiere popolare Etas-Unis con piante dello schema modulare di base molto semplificato e ripetibile.

Dal lavoro di Gamier risalta il pensare all'edificio non come unità singola, a sé stante ma come elemento da calare in una realtà cittadina ed urbana di più vasta portata. Il progetto del mercato del bestiame, era inizialmente il progetto degli arsenali della città industriale all'interno dei quali venivano costruite le imbarcazioni, si ha un cambio di destinazione d'uso del progetto perché il sindaco e il nuovo piano di Lione richiedevano un progetto di vastissima portata e quella degli arsenali era la tipologia, tra tutte quelle studiate da Garnier, più adattabile a tale esigenza.
Il progetto fu di cosi vasta portata che nei giornali dell'epoca si parlò di "città della macelleria", di "Babilonia dell'alimentazione", la grande navata del mercato era di 200m x 80 m per 22m di altezza e, cosa straordinaria, era la mancanza di elementi strutturali di sostegno interno.

Tale progetto richiama direttamente quello della "Galerie des machines", costruita per l'esposizione di Parigi del1889 (c'è tra la fine del '800 e i primi del '900, una stretta relazione tra edifici effimeri ed edifici permanenti). La mercé, ovvero i pezzi di carne, si muovevano all'interno su dei binari con dei piccoli vagoncini, la capacità di macello era di 6000 capi di bestiame al giorno.
Tutta la struttura portante è impostata su grandi capriate le cui spinte oblique vengono assorbite da colate di calcestruzzo che si trovano alla base.

Lo Stadio Agerlot, progettato per la "città industriale" e tradotto per Lione, presenta un'entrata monumentale, data dal lavoro sui tipi, ossia c'è una continua combinazione di parti: l'arco principale con una serie di archi mediani laterali, con le piccole arcatelle inteme. Esso divenne il più grande stadio di Francia e fa molto apprezzato per la sistemazione intema e per l'attenzione data alle singole funzioni.
Il quartiere degli Etats - Unis viene realizzato quasi interamente, è stato uno dei primi quartieri realizzato in modo omogeneo ed unitario in Francia, si basa su un lato di 28 x 20 metri, le case sono binate e dunque ripetibili con estrema facilità. Tutto è realizzato in cemento armato, seguendo la direttiva di Gamier di creare una struttura semplice e priva di ornamento e modanature. In tutto il progetto c'era un'attenzione sociale ai problemi della città, che trova il suo corrispettivo letterario nei romanzi di E. Zola, in particolare il romanzo “Travail”, con cui Gamier trova una foltissima affinità, in cui si racconta della costruzione, nella Francia industriale, di una città ideale ispirata dalle concezioni di Fourier, grande ideologo socialista della fine dell'800. Fourier aveva progettato e ideato i falansteri, ossia grandi edifici al cui intemo c'era una città.
Il nesso con il romanzo sociale di Zola non è solo letterario ma c'è un'esatta corrispondenza quando Gamier decide, nel progetto per la "città industriale" di inserire sulla facciata dell’edificio municipale iscrizioni che riprendono alcune frasi di Zola.

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Auguste Perret – edificio in rue Franklin, 25bis, Parigi (1903)
Perret (1874-1954) è accumunato a Garnier per formazione ma con risultati differenti. Anch'egli viene dalle "Beaux Arts" ed è stato allievo di Julien Gaudet però molto presto si distacca dall’accademia, non conclude i suoi studi ed, avendo un padre costruttore, comincerà subito a lavorare. Raggiunge la maturità molto prima di Gamier con l'edificio di rue Franklin a Parigi al numero 25 bis progettato nel 1903.

L'elemento fondante è il cemento armato non solo dal punto di vista costruttivo ma anche dal punto di vista architettonico. Nel cemento armato abbiamo la collaborazione, in un'unica struttura delle resistenze a compressione del cemento con quella a trazione del ferro, in questo modo le membrature acquistano snellezza, lo spazio delle luci è ancora più ampio ed esiste la possibilità di operare per grandi sbalzi. Il compito assegnato a Perret in questo edificio, è fortemente vincolato dal regolamento edilizio parigino, infatti gli viene assegnata una porzione di spazio all'interno di due muri ciechi, inserita in una strada già preordinata; l'edificio doveva essere alto otto piani ed il principale problema era la mancanza di spazio per creare una corte interna, l'unica illuminazione poteva essere presa direttamente nella strada. Perret, per ovviare a questo problema e cercare di illuminare la maggior superficie dell'edificio, crea una specie di rientranza centrale, o all'opposto due aggetti dei corpi laterali, in modo da formare cinque superfici, corrispondenti ad altrettante prese di luce, le quali si offrono internamente ai vani componenti l'appartamento.

Ovviamente la presenza del cemento armato, e quindi dei pilastri di sostegno portanti l'edificio, dà all'interno una possibilità di ampio movimento. In realtà Perret predilige una combinazione molto razionale anche all'intemo, quasi cartesiana che è ravvisabile nella facciata dove c'è una divisione tra elementi verticali ed orizzontali che crea una maglia che si riconnette ad un principio molto logico e razionale.
Vi è da parte di Perret un interesse a rappresentare la realtà razionale cartesiana, una necessità di piegare tutti gli elementi presenti alla visione, in altre parole, a far coincidere la teoria euclidea con il fenomeno reale. Infatti un'affinità con la classicità, con una concezione classica della composizione, è stata ritrovata in Perret e tutti coloro che hanno collaborato e contribuito a definire il proto-razionalismo.

Questo è il significato delle correzioni ottiche, dove la norma geometrica contrasta la realtà fenomenica, e Collins, parlando del procedimento costruttivo adottato da Perret nell'edificio per l'Ammiragliato, ricorda
"...la cassaforma di ogni trave veniva piallata perfettamente piana dal! 'operaio ed era solo quando essa veniva messa in opera che erano effettuate queste correzioni, per mezzo di blocchetti graduati, incuneati al di sotto d'essa per darle verso l'alto la curvatura voluta. L'intera facciata (dell'Ammiragliato) fu incurvata verso l'esterno all'altezza del cornicione in modo da correggere l'illusione ottica prodotta da una facciata geometricamente piana ".

La struttura del cemento armato, anche se rivestita, non è affatto mistificata, occultata come accadeva nelle opere di Wagner, dove c'era il desiderio di coprire e tamponare completamente la realtà strutturale, al contrario qui viene esaltata. Vi è un rivestimento ma esso tiene conto della realtà strutturale dell'edificio, ne è un commento: il rivestimento riguardante la parte di tamponatura ha il motivo trasposto nelle maioliche decorate e invece sono usate maioliche completamente lisce per incorniciare e per sottolineare la struttura portante dell'edificio.

Dunque questo edificio è un punto medio, un punto di passaggio tra una concezione del rivestimento, comunque non mistificante, e un desiderio di mostrare ed esibire la struttura e diventare parte della fruibilità estetica dell'edificio. Tutto ciò si riconduce alla tradizione francese di Viollet - le - Duc, al suo allievo A. De Baudot che, qualche anno prima, aveva mostrato, nella chiesa di "Saint Jeau de Montmartre", l'uso della verità strutturale portata all'eccesso con un riferimento agli archi rampanti gotici.
Sarà lo stesso Perret a intendere la struttura come scheletro infetti egli sostiene "...lo scheletro dell 'animale, che supporta gli organi diversamente disposti, è equilibrato. Esso obbedisce ad una legge di simmetria, allo stesso modo l'ossatura dei nostro museo è simmetrica, ritmata, equilibrata, dovrebbe essere costantemente invisibile, la struttura non è degna di apparire. Allora l'architettura non ha compiuto la sua missione ".
Dunque, secondo Perret, la caratteristica principale dell'architettura è quella di esibire l'ossatura.

Perret si pregiò di essere stato il primo in assoluto ad utilizzare il cemento armato in un immobile residenziale, ciò è smentibile consultando una delle storie riguardanti l'uso di tale materiale, però è sicuramente la prima volta in cui il calcestruzzo armato viene considerato con una valenza estetica avente una propria autonomia e non solo come elemento strutturale.
Perret nel 1914 supervisiona e sovrintende al progetto di Le Corbusier per la Maison Domino che fa della realtà dello scheletro e dell'ossatura il suo nocciolo progettuale.

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Auguste Perret - Garage in rue Pontieu, Paris (1905)
Due anni più tardi Perret progetta il garage. Esprime con chiarezza il valore estetico e formale della struttura a telaio, portando a compimento la parabola della ricerca relativa alla componente espressiva del calcestruzzo armato. Finalmente la facciata è costituita dalla diretta esibizione del telati strutturale i cui tamponamenti sono realizzati in vetro. L’edificio verrà demolito negli anni settanta.
È interessante osservare, inoltre, il controllo formale del telaio con costruzioni geometriche. Ancora una volta esprime la volontà di innestare un rapporto fra la classicità e la nuova capacità costruttiva.
 

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Auguste Perret - Theatre des Champs Elysees, Paris (1911-14)
In questo edificio, più tardo, siamo già oltre il primo decennio, è curioso notare come vi sia una componente di compromesso fra il nuovo fronte di ricerca legato al telaio di calcestruzzo e alla sua esplicitazione con la pratica di un rivestimento legato ad un linguaggio classico e semplificato. Il telaio non può essere manifestato, deve essere mascherato. È evidente che il valore civile dell’edificio e l’inerzia dovuta all’identificazione del teatro con la classe borghese (che si autorappresenta con un linguaggio classicista), rende meno accettabile il ruolo espressivo del telaio sulla facciata principale.

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Peter Behrens – Fabbrica di Turbine AEG, Berlino (1909)
Dopo la crisi economica del 1873 in Germania si assiste ad un processo di riorganizzazione dell'industria; dopo il ventennio di Bismark, il problema tedesco era cercare una via per una maggiore stabilità economica. Tale via viene ravvisata nella speranza di una migliore progettazione sia nel campo dell'artigianato che nel campo industriale, tale concezione doveva servire a creare un nuovo rapporto di collaborazione tra arte e industria; in quegli anni vengono formate le Concern, ovvero imprese fondate sulla stretta collaborazione tra industria, capitale finanziario ed intervento dello stato. In quel periodo si sviluppano l'industria metalmeccanica, chimica ed elettrica, viste come vie di rilancio per l'economia tedesca.

Dal punto di vista architettonico, nel 1896, viene inviato Herman Muthesius a Londra per studiare le Art and crafts. Al suo rientro Muthesius, indottrinato di tali forme e della loro concezione basilare, pensa che la via per una vita nuova e più florida per l'arte debba passare non solo dalla collaborazione con l'artigianato ma anche attraverso l'applicazione con l'industria. Nel 1907 viene messa a punto l'istituzione Deutsch Werkbund, nella quale si stabilisce una specie di patto di collaborazione tra dodici artisti e dodici industrie.
Tra tali ditte c'è l'AEG, formata, nel 1883, imprenditori e persone attente al mondo dell'arte e dell'architettura, quindi quasi mecenati di tale ripresa che doveva affiancare l'economia, l'industria, l'arte e l'artigianato; tra gli artisti del Werkbund c'era Behrens (1868-1940).

Tutto ciò partiva da Semper che, nel 1852, aveva cominciato a fecalizzare tale problema nel saggio “Scienze e industrie dell’arte” nel quale sosteneva
"…le invenzioni non sono più, come nel passato, mezzi per tenere lontano il bisogno e procurarsi il piacere. Bisogno e piacere sono anzi mezzi commerciali per vendere le invenzioni, l'ordine si è capovolto..."
Da questo momento c'è, dunque, un riflettere sulla forma degli oggetti, destinata non solo ad una piacevolezza e fruibilità estetica, ma ad una funzionalità incanalata sul binario della tecnologia e quindi sul rapporto con la realizzazione industriale, sulla ripetitività seriale dell'oggetto.

Behrens si avvicina al Werkbund e alla nozione di Muthesius relativa a considerare l'arte come forza economica che sottolinea l'importanza assunta dalla forma come valore estetico ma anche valore di produttività. Uno dei veicoli di diffusione del Werkbund era la rivista “La Forma”.

Behrens arriva a tutto ciò, da una formazione lontana ossia quella della Secessione viennese, egli frequenta la colonia di Darmstand di Olbrich e nel 1900 costruisce, in pieno stile Jugendstil, una casa.
Il suo matrimonio con l'industria si identifica nell’edificio per le turbine. L'edificio ha una destinazione pratica e funzionale. Behrens carica tutto di una valenza ideologica molto forte e lo considera, non solo come una fabbrica, ma come un monumento.
L'arte monumentale è, per Behrens, l'arte del gruppo dominante che in questo momento è la borghesia industriale, c'è dunque un desiderio di creare un'icona per l'industria, un vero tempio laico.

L'edificio appare un grande capannone di 207x39 metri, affiancato da un corpo di fabbrica a due ordini con copertura piana; alle vetrate è dato un grande spazio, non solo nel prospetto principale ma anche in quello laterale; il tutto è retto da una struttura metallica con telaio a tralicci a tre cerniere. La questione caratterizzante è il ritorno alla matrice della monumentalità tedesca, tipica del pensiero di Schinkel. Infatti Schinkel affermava che la rappresentazione dell'ideale della funzionalità determina il valore artistico dell'opera. C'è una legittimazione nel considerare la funzionalità; la praticità della destinazione d'uso, pone la concezione ideologica del pensiero architettonico espressa nell'opera. Spesso tale concezione è stata identificata con quella del tempio greco, si è pensato ad una specie di connubio tra il tempio greco e l’officina.

In questa opera vi è una specie di glorificazione di una grandissima macchina elettrica racchiusa in un vasto volume, più che ad un inno al lavoro. Non vi è considerazione alcuna per l'esposizione, la manifestazione, il rendere visibili le diverse fasi del lavoro e le diverse zone destinate all'attività lavorativa, l'assemblaggio ed la catena facente parte del mondo lavorativo industriale.

E' interessante il paragone col tempio greco perché c'è una serie di dettagli che lo ricordano: i pilastri verticali presentano una rastrematura verso il basso, tipica dei colonnati; la ripetizione stessa di tali elementi richiama i colonnati e la presenza di vetro tra i pilastri è la rappresentazione del principio di libera circolazione dello spazio, che faceva parte del colonnato del tempio. Anche la copertura ricorda un frontone del tempio che non è più triangolare ma lavorato attraverso una spezzata in sei segmenti e c'è anche una rilettura, in chiave moderna, della modanatura, ossia elementi tecnologici che vengono assemblati con il concetto della composizione delle parti della colonna greca.

Ritroviamo in questo edificio il ricorso al mondo dell'effimero. E' da sottolineare la memoria schinkeliana del confronto tra materiali apparentemente inconciliabili tra loro, che Schinkel aveva usato in alcune sue opere.
A quest'opera collaborò il giovane Mies Van Der Rohe (nello studio di Behrens si formano Mies Van Der Rohe, Le Corbusier e Gropius), ed è qui che si individua la matrice che fonderà il pensiero del Moderno.

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  BIBLIOGRAFIA

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