| A cura di Francesco Del Conte e Tiziana Contri | |
| 1900/1910
- ART NOUVEAU PARTE DUE: “La poetica della struttura” |
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Hendrik Petrus Berlage – Borsa
di Amsterdam (1898-1903) La Borsa di Amsterdam è un edificio che ha un rapporto con la storia e abbandona l'Art Nouveau. Attraverso il movimento olandese della Scuola di Amsterdam si fondano alcuni stilemi su cui lavoreranno in America Sullivan e Richardson. Berlage (1856-1934) si forma a Zurigo presso i diretti discepoli di Gottfried Semper, per cui si spiega la sua educazione razionale e tipologica. Altro elemento utile per la comprensione della formazione di Berlage, è il viaggio che compie nel 1881 a Venezia in cui verrà fortemente colpito, come molti nordici, dal Palazzo Ducale e dall'uso della parete traforata. Scrive il libro “Principi ed evoluzione dell’architettura” in cui denuncia i punti cardine della sua concezione architettonica: il primato dello spazio, l'importanza dei muri come creatori di forma e la necessità di proporzioni sistematiche. In tutta la sua opera c'è un tentativo di coniugare due grandi ceppi ideologici: quello di Semper, con l’idea dell'origine tessile dell'architettura e il concetto del rivestimento, e quello di Violet le-Duc sulla verità della struttura. La Borsa è un'opera che nasce negli stessi anni della grande diffusione dell'Art Nouveau ed è apparentemente neo-romanica, un'opera di rottura rispetto a tutte le concezioni Art Nouveau che aveva decretato la fine di ogni revaival e di ogni ripresa eclettica degli stili storicistici. L'edificio viene situato nel cuore della città seicentesca, formato da case con facciata stretta e lunga che si affacciavano sui canali della città (Amsterdam è situata su una rete orografica molto articolata). L'area occupata è uno trapezio rettangolo; ci sono tre sale principali, la borsa merci, la borsa cereali e la borsa valori, intorno si aprono una serie di salette destinate ad uffici. Esternamente ci sono delle pareti lisce che ripropongono la ritmicità delle aperture degli uffici, queste pareti prive di elementi aggettanti in cui predomina un trattamento di appiattito della facciata, contengono in sé la volontà collegare l'edificio con la realtà urbana in cui si colloca senza rottura rispetto all'andamento estremamente ritmico e ripetuto delle varie case che si affacciano sui canali. C'è il desiderio di lasciare immutato il ritmo delle facciate espresso dalle piccole aperture del prospetto che conferisce quella dimensione neo-romanica. L'interno spesso è stato ravvicinato alla basilica medievale, infatti è riconoscibile una grande navata centrale e piccole navate laterali, rappresentate dalle zone per gli uffici; l'alzato mostra una divisione che ricorda quello del matroneo della chiesa medievale (basilica medioevale nel senso di edificio utilizzato per attività civili, come Palazzo della Ragione di Padova, la Basilica di Palladio di Vicenza). Vi è la ripresa di un rapporto con ciò che viene studiato in America da Richardson, e ripetuto nei primi grattacieli di Chicago, (cioè l'attenzione molto forte ai sistemi di arcature, l'attenzione verso l'impianto della basilica medioevale), ma, rispetto a Richardson, Berlage non apprezza tanto la struttura massiva degli archi. Infatti i grandi archi che utilizza sono di ferro con una struttura molto leggera che si ricollega alle capriate che sostengono il lucernario, ossia un elemento leggero che copre una struttura muraria pesante. Si abbandona l'uso dei grossi conci di pietra, tutto il lavoro di Berlage è sulla muratura, sulla costruzione lenta di questa architettura, con una forte attenzione alla disposizione interna per parti derivanti direttamente dalla necessità funzionale e dalla destinazione d'uso.
Un altro riferimento medioevale avente valenza
etico - civile, è quello alle piazze coperte medioevali. Sitte nel testo del
1889 “L’arte di costruire la città” sosteneva che la città deve fondarsi
sul recupero della bellezza delle città antiche e soprattutto delle loro piazze
chiuse, che nel moderno vengono sacrificate per l'esigenze del traffico. Di
conseguenza ritorna l'idea di una grande piazza coperta. |
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Tony Garnier – Citè
industrielle (1904) Garnier (1869-1948) si forma a Parigi all'intemo della scuola delle "Beaux Arts" A Parigi esistevano ed esistono ancora oggi delle scuole private e delle scuole pubbliche e le "Grandes Ecoles", ossia grandi scuole fortemente selettive. Maestro suo e di Perret fu Julien Goudet che scrive nel 1902 un trattato “Elementi e teorie dell’architettura” in quattro volumi, in cui propone la rielaborazione del metodo, presentato un secolo prima nel 1805 da Durand, che prevedeva una combinazione razionale di forme architettoniche tipizzate, metodo che riprende il lavoro di Claude Nicola Ledoux sulle barriere di Parigi. Su queste Ledoux applica un grande lavoro di combinazione delle forme tipizzate, attraverso un intervento tipologico e combinatorio. Proprio questa attenzione alla tipologia sarà un elemento importante per l'opera di Garnier. Il problema è desumere una tipologia commerciale, trasmissibile, comunicabile, che permetta di essere applicata ovunque. Ricordiamo come l'edificio di Sufflot, nella metà del '700, pone il problema della tipizzazione rispetto a delle idee funzionali della città moderna. Proprio la trasmissibilità della tipologia e della tipizzazione delle forme sarà un altro elemento ritrovabile in un altro testo fondamentale di questo periodo “L’histoire de l’architecture” di Choisy del 1898. In esso per la prima volta, viene proposta una storia dell'architettura attraverso la costruzione e il desiderio di comunicazione, le norme costruttive che stanno all'origine degli edifici. È interessante la semplificazione nella resa grafica dell'immagine che accompagna il testo. Si tratta quasi sempre di spaccati assonometrici, praticata molto all'epoca rivoluzionaria che nasceva dall'esigenza di scarnificare l'edificio e far vedere l'elemento strutturale portante, la norma costruttiva che ne stava alla base.
Nel 1899 Garnier vince la borsa per il "Prix de
Rome" (istituzione francese molto importante) ossia una borsa di studio per
lavorare a Roma, alla Villa Medici, e Garnier, dopo una serie di tentativi
falliti, la vince e trascorre quattro anni a Roma. Il calcestruzzo armato fu il materiale previsto
per tale costruzione, esso fu lasciato assolutamente liscio, privo di
decorazione, non c'era alcuna concessione decorativa da parte di Garnier.
L'atteggiamento di Garnier di segnare fortemente tutte le direttive del sistema
viario deriva sia da una necessità di facilitare la percorribilità della città,
ma anche da una volontà igienista della concezione stessa della città, poiché,
avendo vie ampie e praticabili, la città ha spazi più ariosi, aperture più
fruibili che facilitano l'igiene della città. Lo Stadio Agerlot, progettato per la "città
industriale" e tradotto per Lione, presenta un'entrata monumentale, data dal
lavoro sui tipi, ossia c'è una continua combinazione di parti: l'arco principale
con una serie di archi mediani laterali, con le piccole arcatelle inteme. Esso
divenne il più grande stadio di Francia e fa molto apprezzato per la
sistemazione intema e per l'attenzione data alle singole funzioni. |
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Auguste Perret – edificio in rue
Franklin, 25bis, Parigi (1903) Perret (1874-1954) è accumunato a Garnier per formazione ma con risultati differenti. Anch'egli viene dalle "Beaux Arts" ed è stato allievo di Julien Gaudet però molto presto si distacca dall’accademia, non conclude i suoi studi ed, avendo un padre costruttore, comincerà subito a lavorare. Raggiunge la maturità molto prima di Gamier con l'edificio di rue Franklin a Parigi al numero 25 bis progettato nel 1903. L'elemento fondante è il cemento armato non solo dal punto di vista costruttivo ma anche dal punto di vista architettonico. Nel cemento armato abbiamo la collaborazione, in un'unica struttura delle resistenze a compressione del cemento con quella a trazione del ferro, in questo modo le membrature acquistano snellezza, lo spazio delle luci è ancora più ampio ed esiste la possibilità di operare per grandi sbalzi. Il compito assegnato a Perret in questo edificio, è fortemente vincolato dal regolamento edilizio parigino, infatti gli viene assegnata una porzione di spazio all'interno di due muri ciechi, inserita in una strada già preordinata; l'edificio doveva essere alto otto piani ed il principale problema era la mancanza di spazio per creare una corte interna, l'unica illuminazione poteva essere presa direttamente nella strada. Perret, per ovviare a questo problema e cercare di illuminare la maggior superficie dell'edificio, crea una specie di rientranza centrale, o all'opposto due aggetti dei corpi laterali, in modo da formare cinque superfici, corrispondenti ad altrettante prese di luce, le quali si offrono internamente ai vani componenti l'appartamento. Ovviamente la presenza del cemento armato, e quindi dei pilastri di sostegno portanti l'edificio, dà all'interno una possibilità di ampio movimento. In realtà Perret predilige una combinazione molto razionale anche all'intemo, quasi cartesiana che è ravvisabile nella facciata dove c'è una divisione tra elementi verticali ed orizzontali che crea una maglia che si riconnette ad un principio molto logico e razionale. Vi è da parte di Perret un interesse a rappresentare la realtà razionale cartesiana, una necessità di piegare tutti gli elementi presenti alla visione, in altre parole, a far coincidere la teoria euclidea con il fenomeno reale. Infatti un'affinità con la classicità, con una concezione classica della composizione, è stata ritrovata in Perret e tutti coloro che hanno collaborato e contribuito a definire il proto-razionalismo.
Questo è il significato delle correzioni ottiche,
dove la norma geometrica contrasta la realtà fenomenica, e Collins, parlando del
procedimento costruttivo adottato da Perret nell'edificio per l'Ammiragliato,
ricorda La struttura del cemento armato, anche se
rivestita, non è affatto mistificata, occultata come accadeva nelle opere di
Wagner, dove c'era il desiderio di coprire e tamponare completamente la realtà
strutturale, al contrario qui viene esaltata. Vi è un rivestimento ma esso tiene
conto della realtà strutturale dell'edificio, ne è un commento: il rivestimento
riguardante la parte di tamponatura ha il motivo trasposto nelle maioliche
decorate e invece sono usate maioliche completamente lisce per incorniciare e
per sottolineare la struttura portante dell'edificio. Perret si pregiò di essere stato il primo in
assoluto ad utilizzare il cemento armato in un immobile residenziale, ciò è
smentibile consultando una delle storie riguardanti l'uso di tale materiale,
però è sicuramente la prima volta in cui il calcestruzzo armato viene
considerato con una valenza estetica avente una propria autonomia e non solo
come elemento strutturale. |
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Auguste Perret - Garage in rue
Pontieu, Paris (1905) Due anni più tardi Perret progetta il garage. Esprime con chiarezza il valore estetico e formale della struttura a telaio, portando a compimento la parabola della ricerca relativa alla componente espressiva del calcestruzzo armato. Finalmente la facciata è costituita dalla diretta esibizione del telati strutturale i cui tamponamenti sono realizzati in vetro. L’edificio verrà demolito negli anni settanta. È interessante osservare, inoltre, il controllo formale del telaio con costruzioni geometriche. Ancora una volta esprime la volontà di innestare un rapporto fra la classicità e la nuova capacità costruttiva. |
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Auguste Perret - Theatre
des Champs Elysees, Paris (1911-14) In questo edificio, più tardo, siamo già oltre il primo decennio, è curioso notare come vi sia una componente di compromesso fra il nuovo fronte di ricerca legato al telaio di calcestruzzo e alla sua esplicitazione con la pratica di un rivestimento legato ad un linguaggio classico e semplificato. Il telaio non può essere manifestato, deve essere mascherato. È evidente che il valore civile dell’edificio e l’inerzia dovuta all’identificazione del teatro con la classe borghese (che si autorappresenta con un linguaggio classicista), rende meno accettabile il ruolo espressivo del telaio sulla facciata principale. |
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Peter Behrens – Fabbrica di Turbine
AEG, Berlino (1909) Dopo la crisi economica del 1873 in Germania si assiste ad un processo di riorganizzazione dell'industria; dopo il ventennio di Bismark, il problema tedesco era cercare una via per una maggiore stabilità economica. Tale via viene ravvisata nella speranza di una migliore progettazione sia nel campo dell'artigianato che nel campo industriale, tale concezione doveva servire a creare un nuovo rapporto di collaborazione tra arte e industria; in quegli anni vengono formate le Concern, ovvero imprese fondate sulla stretta collaborazione tra industria, capitale finanziario ed intervento dello stato. In quel periodo si sviluppano l'industria metalmeccanica, chimica ed elettrica, viste come vie di rilancio per l'economia tedesca. Dal punto di vista architettonico, nel 1896, viene inviato Herman Muthesius a Londra per studiare le Art and crafts. Al suo rientro Muthesius, indottrinato di tali forme e della loro concezione basilare, pensa che la via per una vita nuova e più florida per l'arte debba passare non solo dalla collaborazione con l'artigianato ma anche attraverso l'applicazione con l'industria. Nel 1907 viene messa a punto l'istituzione Deutsch Werkbund, nella quale si stabilisce una specie di patto di collaborazione tra dodici artisti e dodici industrie. Tra tali ditte c'è l'AEG, formata, nel 1883, imprenditori e persone attente al mondo dell'arte e dell'architettura, quindi quasi mecenati di tale ripresa che doveva affiancare l'economia, l'industria, l'arte e l'artigianato; tra gli artisti del Werkbund c'era Behrens (1868-1940).
Tutto ciò partiva da Semper che, nel 1852, aveva
cominciato a fecalizzare tale problema nel saggio “Scienze e industrie
dell’arte” nel quale sosteneva Behrens si avvicina al Werkbund e alla nozione
di Muthesius relativa a considerare l'arte come forza economica che sottolinea
l'importanza assunta dalla forma come valore estetico ma anche valore di
produttività. Uno dei veicoli di diffusione del Werkbund era la rivista “La
Forma”. |
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BIBLIOGRAFIA
K. FRAMPTON, Storia dell'Architettura Moderna", Bologna, Zanichelli, 1993 PRESNER HONEUR FLEMMING, Dizionario Di Architettura, Torino, Einaudi, 1992 L. BENEVOLO, Storia Dell'architettura Moderna, Bari, Laterza B. ZEVI , Spazi Dell'architettura Moderna, Torino, Einaudi, 1996 A. MUNTONI, Lineamenti Di Storia Dell'architettura Contemporanea, Bari, Laterza DE FUSCO, Storia Dell'architettura Contemporanea, Bari, Laterza, 1989 G. FANELLI, R. GARGIANI, Storia dell'architettura contemporanea, Laterza, Bari, 1998 K. FRAMPTON, Tettonica e Architettura, poetica della forma architettonica nel xix e xx secolo, Milano, Skira Editore, 1999 E. BAIRATI E D. RIVA, Liberty in Italia, Bari, Laterza, 1989 A. LOOS, Parole Nel Vuoto, Adelphi. J. STELLE, Charles Rennie Mackintosh: Sintesis in form, Academy Edition, London, 1994 P. BEHRENS, Cucitura, Arte e Industria, Catalogo Electa F. BORSI, P. PORTOGHESI, Victor Horta, Academy Edition, London, 1991 M. COHEN, Victor Horta, Bologna, Zanichelli, 1994 R. TREVISOL, Guida all'architettura contemporanea: Otto Wagner, Roma - Bari, Editori Laterza, 1990 E. F. SEKLER, Akademie der bildendeu kunste Vienne, Salzburg et Vienne, Residenz Verlag, 1982; trad. it.: Josef Hoffmann 1870-1956, Milano, Electa, 1991 RAINER ZERBST, Antoni Gaudì, Spagna, Taschen, 1985 S. POLANO, Hendrick Petrus Berlage Opera Completa, Milano, Electa, 1987 M. ROVIGATTI, Tony Garnier: Architetture per la Città Industriale “Perret, 25 bis rue Franklin", in "Rassegna", n. 28, anno VIII, dicembre 1986 "Tony Garnier da Roma a Lione”, in “Rassegna”, n.17, (Ridolfi direttore) ''ENCICLOPEDIA UNIVERSALE DELL'ARTE'' ( EUA), Fondazione Cini Venezia ''Dizionario Di Architettura E Urbanistica'' (Dau) DURAND, Teories Paralleles des L'edifices Français Moderns - Principes Et Esames Catalogo Della Triennale Di Venezia, ''Vienna Fin De Siecle'' |
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