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A cura di Francesco Del Conte e Tiziana Contri
1920/1930
MOVIMENTO MODERNO - International Style e Organicismo
 

Gerrit Thomas Rietveld, Casa Schröder, Utrecht (1924)
Walter Gropius, Bauhaus, Dessau (1925)

Fritz Högher, Cilehaus (Casa del Cile), Amburgo (1923)
Ludwig Mies van der Rohe, Padiglione per l'Esposizione di Barcellona, (1929)
Le Corbusier, Villa Stein, Garches (1927) e Villa Savoye, Poissy (1929-1931)
Hugo Häring, Fattoria Gut Garkau, Lubecca (1924)
Alvar Aalto, Biblioteca di Viipuri (1927-35)
Alvar Aalto, Sanatorio di Paimio (1929-32)

Bibliografia

  Gli anni fra il 1920 e il 1930 può essere considerato il periodo nel quale si vengono a fondare gli elementi di base del cosiddetto Movimento Moderno.
Se proviamo a definire alcune delle numerose tappe che hanno portato alla diffusione del Movimento Moderno non possiamo dimenticare i seguenti avvenimenti:

1921 Viene scritto, e successivamente pubblicato, un testo intitolato "Eupalino", che riguarda l'architettura in maniera soltanto indiretta, scritto dal poeta e filosofo francese Paul Valery; riflette sulla dialettica fra i due grandi poli opposti dell'architettura, ossia fra chi si interroga sull'aspetto sintetico e chi sull'aspetto analitico delle cose; tra chi si preoccupa di creare e chi si preoccupa si preoccupa del processo della creazione.

Il testo è sviluppato nella forma del dialogo platonico, sullo schema di quelli tra Fedro e Socrate

“Gli oggetti fatti dall'uomo sono dovuti agli atti di un pensiero. I principi sono separati dalla costruzione e quasi imposti alla materia da un estraneo tiranno che glieli comunica per il tramite di atti…
La natura invece non distingue nel suo lavoro i particolari dall'insieme. Essa non divide il progetto dall'esecuzione, non va mai diritta senza badare agli ostacoli, ma con questi si compone, li mischia al suo corso…”

Da una parte esiste il modo di procedere dell'uomo, dell'architetto: creare per parti attraverso un’astrazione e deve necessariamente procedere in maniera analitica: ciò significa assemblaggio di parti nelle quali l'insieme non è l'obiettivo primario, ma è funzionale alla composizione della forma.
Viceversa esiste un altro processo quello naturale-biologico, una formazione molto più vicina a quello che siamo soliti identificare come atteggiamento plastico verso la forma, molto più vicino all'idea di creazione per espansione più che per assemblaggio di singole parti.
Queste due impostazioni sono quelle tra le quali si dividono gli architetti di questo decennio e di quelli successivi. Ovvero, da una parte la corrente Elementarista, Funzionalista, dall’altra quella Organicista. Una divisione comunque teorica e mai così schematica.

1923 Pubblicazione di Vers une Architecture di Le Corbusier. Si tratta di una raccolta di scritti già apparsi su l’”Esprit Nouveau”, una rivista fondata insieme al pittore Ozenfant nel 1919.
Per metodi di comunicazione e contenuti la sua apparizione suscitò scandalo. Rappresenta una profonda innovazione sul modo di svolgere la teoria dell’architettura. Infatti si tratta di un testo teorico con valore di manifesto che taglia i ponti col trattato classico. Vuole essere considerato il fondamento di un nuovo sistema architettonico per un’epoca che sta per cominciare, per una nuova stagione dell’architettura. Sembra stabilire una “tabula rasa“, un azzeramento con la storia ma allo stesso tempo introduce la ricerca del mito, proprio come nella tradizione illuminista.

Un sistema di pensiero che ha un grande successo per la perentorietà delle affermazioni e le grandi semplificazioni. Nonostante il carattere frammentario della trattazione e il procedere del discorso per aforismi si tratta di un trattato fortemente sistematico.

La sua attualità è ancora forte se si escludono le disilluse convinzioni che proprio l’architettura potesse innestare un nuovo ordine nel mondo e una vera rivoluzione sociale. È per Le Corbusier che venne infatti coniata la definizione di “Architetto Demiurgo”.

Come evidenzia Pierluigi Nicolin in una presentazione del libro, alcune affermazioni procurarono sconcerto, come ad esempio l’accostamento dell’automobile al Partenone. Le Corbusier scavalca le superficiali diatribe fra accademici e avanguardisti. Il problema di fondo è la razionalità, “stabilire un mezzo oggettivamente adeguato a conseguire il fine”.
L’affermazione “la casa è una macchina per abitare” spesso è stata fraintesa.
La questione non era ovviamente fare le case come le automobili. Al centro vi è il problema dello “standard”, della razionalizzazione, quello della “selezione” ovvero la ricerca di una soluzione attuale univoca del problema dell’abitare. Non si pone mai il problema di stile.

Di conseguenza viene espressa l’esaltazione dell’industriale e dell’ingegnere come artefici di procedimenti razionali. La straordinarietà dell’aeroplano sta nell’essere la calibrata soluzione di un problema ben impostato.

Sullo sfondo appare inflessibile la fiducia nella concezione positivista, scientista che ha Le Corbusier. Allo stesso tempo apre la strada alle trasmigrazioni formali fra settori differenti: architettura e nautica per esempio. Vivifica la dignità estetica dei grandi volumi, puri, che grandeggiano nei paesaggi industriali delle città contemporanee cioè i silos, espressione di una nozione estetica aderente al platonismo o all’illuminismo, territori già visitati dagli Architetti Rivoluzionari.

1925 Esposizione delle Arti Decorative a Parigi. Vengono presentati il padiglione dell’Esprit Nuoveau di Le Corbusier e il padiglione russo di Konstantin Mel’nikov.
Il padiglione di Le Corbusier rappresenta l’elaborazione in dettaglio dell’unità tipo che, impilata, costituiva i grandi blocchi edilizi della Ville Contemporaine. Nonostante i suoi sforzi la commercializzazione di questi progetti non ebbe buon esito. Si tratta di un padiglione che rappresenta un compendio di sensibilità purista. Allestito con un equilibrio fra oggetti puristi ed artigianali, industriali ed etnici, sferra una forte polemica contro l’Art-Decò.

Il padiglione russo invece si fa espressione degli aspetti più progressisti dell’architettura sovietica.
Diventa importante se si considera la diffusa influenza che le ricerche delle avanguardie russe hanno sull’architettura europea. Personalità come Malevich col suo astrattismo antiutilitarista, Lissitzski con le sue ricerche sul l’ Elementarismo, Leonidov con le proposte suprematiste visionarie, influenzano le basi della cultura del Movimento Moderno attraversando il Bauhaus, il De Stijl, e la vena più razionalista.

Questo padiglione rappresentava in maniera adeguata le aspirazioni del nuovo ordine sociale e culturale della Russia dopo la rivoluzione del ’17. Condensava tutte le tematiche del momento. Si faceva espressione del cosiddetto Produttivismo, poetica orientata alla concretezza e alle arditezze ingegneristiche; del “nomadismo” caratteristica del Costruttivismo dilagata anche in Europa (arredi, sedie), evidente se consideriamo la forte idea di assemblaggio contenuta nel padiglione, la possibilità di montare e smontare i leggeri elementi costitutivi (vedi il mercato dello stesso autore a Mosca); il riferimento alle “leggi di progressione matematica” tema su cui si concentrano grandi sforzi sulla ricerca formale (vedi il monumento alla III Internazionale di Tatlin, la spirale logaritmica).

1927 Esposizione del Werkbund a Stoccarda. Il Waissenhof-siedlung. Operazione coordinata da Mies su incarico del Werkbund, può essere annoverata all’interno delle sperimentazioni tedesche sull’urbanistica dove si tenta di affrontare in modo organico i problemi sociali, economici e costruttivi. In tal senso ricordiamo le Siedlung di Hannover (Wolf), Amburgo, Francoforte (Ernest May) e la Siemensstadt di Häring, Sharoun, Gropius e altri del 1929-31.

All’esposizione di Stoccarda parteciparono architetti tedeschi appartenenti al Werkbund e stranieri come Oud, Le Corbusier, Mart Stam. Inizialmente il progetto preliminare di Mies prevedeva una strutturazione da piccolo quartiere con caratteri urbani, in realtà si abbandonò questo schema generale per una frammentazione del sito che prevedeva la costruzione di edifici individualmente definiti. Si ottenne un collage tipologico perdeva quella organica concezione dei problemi urbani di cui la Germania manifestava forte sensibilità.
Il risultato consistette in una sorta di parata propagandistica della nuova architettura fatta di intonaci bianchi, forme prismatiche e tetti piani, ciò che successivamente fu individuato come “International Style”.

1929 II CIAM a Francoforte sul tema dell’Existenzminimum. Sede del tentativo di oggettivizzare le esigenze e le soluzioni dell’abitare e dello spostamento della progettazione architettonica sul piano dell’industrializzazione. Già in quella occasione si espressero posizioni critiche rispetto alla tendenza funzionalista.

1932 Esposizione al MOMA di New York del 1932. Dal 1922 al 1932 si diffonde il cosiddetto "International Style", denominazione coniata da Hitchcock e Johnson in occasione della mostra.

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Gerrit Thomas Rietveld, Casa Schröder, Utrecht (1924)

Il Movimento De Stijl nasce nel 1917 con la pubblicazione del manifesto neoplastico, ma è nel 1924 che si vede la realizzazione di quello che è diventato il simbolo dell'architettura Neoplastica, ovvero la Casa Schröder a Utrecht di Rietveld (1888-1964).

Il punto di partenza della riflessione De Stijl è il Cubismo. Mondrian dice: "Mi resi conto che il Cubismo non traeva le conseguenze logiche dalle sue stesse scoperte, non sviluppava l'astrattismo fino alla sua ultima meta ovvero l'espressione della realtà pura".

Il procedimento che attua Mondrian nelle arti figurative, in particolare nella pittura, è un processo di graduale semplificazione che parte comunque da una riflessione figurativa di tipo naturalistico. Si consideri la serie delle sue opere sulla raffigurazione di un albero. L'autore parte da una rappresentazione con forte impatto figurativo, quasi come fosse dal vivo, e successivamente semplifica le ramificazioni dell'albero in linee ondulate. Nel processo di astrazione le linee ondulate vengono ricondotte a semplici linee verticali o orizzontali, fino a far sparire completamente l'originaria matrice realistica dell'oggetto. Rimangono nella rappresentazione linee orizzontali, linee verticali, colori primari (blu, rosso e giallo) e i “non colori” (bianco e nero come associazione e negazione di tutti i colori).

Fondamento filosofico del movimento è il Neoplatonismo, che conduce alla ricerca di leggi immutabili, nel tentativo di ricollegarsi ad una dimensione universale soppiantando ogni espressione individualistica della realtà. Si tratta di una vera e propria Teosofia.

Tutto ciò si trasferisce nell'architettura, e la scatola cubica che costituisce il punto di partenza per ogni tentativo di creazione della forma architettonica viene scomposta nei suoi elementi piani. Le lastre che risultano da questa scomposizione vengono disposte nelle tre dimensioni dello spazio senza che formino mai un angolo.
Non esiste una vera e propria forma a priori, nel senso che non esiste un'idea di rettangolo, quadrato, o sfera che possa essere il punto di partenza, ma la forma emerge quasi per rotazione dinamica. Le case neoplastiche, infatti, hanno dal punto di vista planimetrico il loro fondamento nell'idea di una scatola che viene scomposta secondo un andamento centrifugo. Viene cioè individuato un perno centrale, una sorta di baricentro di movimento attorno al quale viene compiuta una rotazione.
Il punto centrale, nella casa di Rietveld, è rappresentato dal corpo scala che viene addossato al camino e quindi alla canna fumaria che costituisce l'unico vero punto fisso di tutta la casa.

Tutti gli ambienti sono aperti, è possibile, tanto al primo piano quanto al secondo, creare delle suddivisioni mediante pannelli scorrevoli, oppure aprire tutti i pannelli e creare un grande spazio interamente fruibile. Questi pannelli sono collegati con binari posti sul soffitto anziché a terra, sono sospesi. Il piano terreno ospita le attività pubbliche e le stanze sono divise in base alle varie destinazioni d'uso, quindi in base alle esigenze connesse con il consumo dei pasti, con lo studio o con il lavoro. Il secondo piano può essere diviso in un soggiorno e tre stanze da letto.

Un elemento importante è la serie di mobili fissi (armadi a muro) proprio per lasciare più libera possibile la fruizione dello spazio all'interno dell'ambiente.
All'esterno, si può notare come l'idea di svuotare l'angolo si riflette nel trattamento dello spazio esterno e come spesso gli elementi strutturali vengono inglobati negli infissi delle finestre.
Viceversa, esistono altri punti in cui forti aggetti, gli sbalzi dei piccoli terrazzini, pur riuscendo a reggersi da soli, vengono piantonati da elementi verticali che in realtà hanno solo la funzione di sottolineare le linee verticali e orizzontali. È evidente la volontà di avvicinare la rappresentazione dei prospetti della casa di Rietveld alle composizioni di Mondrian.

La casa perde il suo carattere massiccio, quindi anche l'attacco a terra, il rapporto con il suolo non è più vincolante né ricercato, anzi viene negato grazie alla forte utilizzazione degli aggetti. Sarà proprio Van Doesburg, uno dei principali esponenti del Movimento De Stijl a dire: "La casa moderna darà l'impressione di planare, di essere sospesa nell'aria, di opporsi alla gravitazione naturale". Ricordiamo infatti l’astrazione profusa nelle assonometrie di Van Doesburg imparentate con i Proun di Lissitzski e il progetto per una fabbrica di Oud del 1919.

Questa casa, infine, offre lo spunto per una riflessione generale sulla pretesa di travasare principi generati nella ricerca nel campo figurativo e pittorico nella disciplina dell’architettura che ha leggi e principi propri.
Diviene incombente l’antico problema del rapporto fra costruzione e rappresentazione in architettura, fra atto artistico e fatto tecnico, figurazione e tettonica. Mai come nel contemporaneo si presentano scissi e in conflitto. In questa casa, la stessa idea di “costruire” una scomposizione può apparire un ossimoro.

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Walter Gropius, Bauhaus, Dessau (1925)

Un altro caso di avanguardia, che rappresenta forse l’esperienza più forte di tutto il '900 architettonico, è quella legata alla formazione del Bauhaus. Parlare di avanguardia in questo caso è peraltro abbastanza improprio, nel senso che sicuramente c'era una finalità collettiva, un'intenzione di aggregazione di intelligenze e di forze produttive attorno ad un'idea.

Rispetto alle altre avanguardie il Bauhaus si pone il problema di cosa avviene dopo il momento distruttivo dell'avanguardia. Per esempio nel caso futurista si può constatare quanto fosse forte il momento distruttivo, dove l'idea del tempo era legata al ciclo biologico degli abitanti della città. Non c'era l'intenzione di creare una vera memoria storica, al contrario c'era la necessità di abbattere, di distruggere, di fare "tabula rasa" del passato e di non creare i presupposti per la durata nel tempo anche dal punto di vista pratico; gli edifici dei futuristi erano pensati per essere distrutti a seconda delle necessità future. Pochi anni dopo tutto questo viene considerato come un'utopia, come la tappa di un percorso formativo, ma una tappa iniziale, quasi "adolescenziale" dal punto di vista culturale, in quanto non teneva conto di reali fattori di sviluppo economico, di reali rapporti con la produttività, con il mondo di tutti i giorni. Quello che si propone Gropius (1883-1969) nel momento in cui fonda il Bauhaus è proprio pensare cosa sopravvive all'indomani del furore iniziale delle avanguardie; recupera il collegamento fra committente – fruitore che aveva avuto un momento di crisi e di frattura amplificatosi al momento dell'esplosione della Prima Guerra Mondiale, e come l'artista può intervenire in questo collegamento.

Nel 1919 Gropius ha l'occasione di mettere in pratica le sue idee sia dal punto di vista ideativo che programmatico e organizzativo. Quando viene chiamato alla successione di Van de Velde alla Scuola di Belle Arti, decide di fondere la Scuola di Belle Arti con quella di Arti Applicate. Questo è un passaggio molto importante perché l'idea di far convergere tutto il sapere in un'unica grande scuola, caratterizzata da un'unica grande concezione didattica, fa sì che ci sia un graduale avvicinamento dell'artista all'artigiano.

Il primo manifesto del Bauhaus sarà il disegno della cattedrale disegnato da Feininger che diviene il simbolo della nuova scuola che stava sorgendo come una sorta di inno alla costruzione dell'opera d'arte totale.
Vi era l'intento di depositare nella forma della cattedrale il punto d'incontro perfetto di tutte le arti, che trovavano nell'architettura il loro momento di addizione, e dall'altro l'ideale religioso, spirituale, comunitario.


C'è un credo molto forte nella predisposizione al momento creativo e nella necessità di creare la forma giusta come ultimo fine della didattica generale. Proprio per questo il Bauhaus rappresenta una sorta di edificio programmatico, nel senso che già nella disposizione planimetrica dell'edificio e nella dislocazione delle varie aule è possibile capire il principio ordinatore del Bauhaus (quello che viene trasferito nel 1925 a Dessau, il primo Bauhaus del 1919 veniva accolto nei locali della scuola di Arti Applicate a Weimar). Il trasferimento a Dessau, quindi, porta con sé la possibilità di realizzazione di un edificio da parte del suo ideatore e anche proprio la trasposizione del programma che stava alla base di questa idea didattica.

L’immagine immediata del Bauhaus non è propriamente quella di una scuola: per motivi simbolici la scuola viene trattata come una fabbrica, così come la fabbrica viene trattata come un tempio da Behrens. La scuola è una fabbrica di intelligenze, di formazione, in cui l'idea di insegnamento delle abilità artigianali legate all'arte rimane fortemente collegata alla produttività industriale. Ed è qui il nodo che apre alla modernità, al giusto rapporto tra l'autonomia dell'ideazione di una forma e lo scendere a patti con le necessità del mercato e dell'industria. Tant'è vero che Gropius scrive, nel primo manifesto del Bauhaus: "Non c'è nessuna differenza sostanziale tra l'artista e l'artigiano: l'artista è un perfezionamento dell'artigiano. Vogliamo, concepiamo, creiamo insieme il nuovo edificio del futuro che raccoglierà tutto in una sola forma: architettura, plastica, pittura, …".

E' in questa dichiarazione il tentativo di lavorare su un doppio binario: da una parte Gropius riconosce dignità all'artista, dall'altro resta saldo il contatto con la realtà, e la conseguente consapevolezza che non tutti possono diventare degli artisti, che esiste un'arte assolutamente non divulgabile e non traducibile in termini di didattica. Esiste, viceversa, la possibilità di creare degli ottimi artigiani, e per artigiani Gropius intende persone di mestiere, che conoscono bene le necessità tecniche. Dall'altra parte c'è un tono quasi spirituale, l’eletto che ha l'investitura di grande demiurgo e che insieme ai suoi discepoli riuscirà a creare una collettività capace di dare al mondo una serie di oggetti e di forme per una vita migliore.

Il sito in cui viene realizzato l’edificio era costituito da due lotti separati da una strada, con un campo sportivo che esisteva già prima della costruzione dell'edificio del Bauhaus. L'adozione, per esempio, della sopraelevata rappresenta il cogliere l’occasione dalla presenza della strada.

La volumetria dell'edificio è complessa; la matrice è neoplastica (il neoplasticismo invoca la scomposizione del volume in piani; in questo edificio ad essere scomposta è la massa in volumi che, incastrati e asimmetrici, danno alla complesso la varietà ad ogni lato. Al piano terreno troviamo due corpi di fabbrica distinti: il primo a pianta rettangolare conteneva aule e piccoli laboratori, il secondo a forma di elle conteneva laboratori, l'auditorium, il palcoscenico, il refettorio e la cucina. La parte sopraelevata era destinata ad ospitare gli uffici della scuola e gli studi degli insegnanti.

C'è una dislocazione delle necessità collegate al funzionamento di una scuola, intesa come un luogo di frequentazione diurna ma anche come luogo di vita collettiva.
La cosa fondamentale è la presenza dei laboratori che costituiscono la convergenza di tutte le idee didattiche del Bauhaus, nel senso che nel laboratorio c'è la possibilità di confronto fra l'insegnamento diretto e le applicazioni pratiche, in cui il maestro guida lo studente secondo una metodica che oggi ci sembra abbastanza comune, ma che a quei tempi faceva scalpore.

Da un punto di vista strettamente formale Giedion, in una sua analisi dell'opera di Gropius, dice: "Due delle più urgenti stazze dell'architettura moderna trovano qui adempimento. Il raggruppamento sospeso e verticale dei piani che soddisfa il nostro senso dei rapporti spaziali è la trasparenza realizzata in pieno tanto che siamo in grado di vedere simultaneamente interno ed esterno".
La soluzione dell'angolo svuotato e le grandi superfici vetrate stabiliscono una filiazione diretta del Bauhaus di Dessau dalla fabbrica Fagus. E' possibile cogliere l'intera valenza spaziale dell'edificio solo attraverso molteplici visuali - dal basso e persino da sotto - dei vari lati offerte dalle strade che lambiscono e attraversano il manufatto.

I tre tipi di aperture prevalenti sono: quello più tradizionale del foro nel muro, una finestra in lunghezza per realizzare la quale vengono arretrati i pilastri e la parete poggia su un solaio a sbalzo e la parete interamente vetrata. Il volume dei laboratori presenta, infatti, come nella Faguswerk, angoli vetrati e svuotati da sostegni, realizzati con solai a sbalzo sostenuti da pilastri arretrati rispetto all’involucro.
 

Ingrandisci l'immagine Fritz Högher, Cilehaus (Casa del Cile), Amburgo (1923)

Ad Amburgo nel 1923 viene realizzata la Cilehaus (Casa del Cile), che prende il nome dal suo committente che aveva fatto fortuna con l'importazione e l'esportazione di nitrati di potassio in Cile. Il centro di Amburgo era stato colpito da una forte epidemia di peste e tutte le case fatiscenti della zona vennero distrutte. Il committente compra un lotto ed indice un concorso di idee: bisognava creare un edificio per uffici di forte rappresentanza che doveva unire due parti separate da una strada centrale.

Per comprendere la base culturale di cui questo edificio è espressione dobbiamo ricordare che in Germania, nel periodo tra il 1910 ed il 1920, si diffuse una grande quantità di studi sul Gotico, non però in senso revivalistico e senza alcuna affezione agli stilemi decorativi. Il Gotico viene inteso quasi come sinonimo di Germanico, nel senso che nella ricerca di uno stile nazionale il Gotico diventa il punto di riferimento di tutte le intelligenze più brillanti del periodo. In esso si ritrovano il trionfo dell'espressione sullo scopo, la prevalenza di un'arte unificata su tante arti distinte.

Inoltre esiste un legame, da parte della scuola di Amburgo, con i temi della scuola di Amsterdam di Berlage, il cui riferimento costante è l'utilizzo di strutture murarie.
Nel Neoplasticismo la struttura muraria viene negata, cancellata, perché non garantisce quelle giuste caratteristiche di disarticolazione di cui si sentiva il bisogno. Vengono preferite delle strutture a scheletro di metallo o in cemento armato. Nel caso della scuola di Amburgo, invece, l'idea della massività muraria è l'elemento di riconoscimento nazionale, di una propria tradizione autoctona.

Högher (1877-1949) volontariamente decide di dare una forma asimmetrica all'andamento dei due prospetti principali. Crea un angolo acuto che è la caratteristica di tutto l'edificio e si richiama alla tradizione storica di Amburgo, quella di essere una città nota dal punto di vista commerciale ed economico come grande punto di scambio, snodo cruciale per l'economia fluviale della Germania. Quell'angolo evoca quindi l'idea della prua di una nave.

Effettivamente l'idea di Högher era quella di creare una forma che fosse di richiamo all'idea di navigazione e che desse la possibilità di giocare su un doppio binario. C'è da un lato la ricerca di unitarietà di tutto l'insieme del prospetto (le 2800 finestre sono tutte delle medesime dimensioni e tutte disposte all'interno dei setti murari), ma dall'altro c'è una volontà di frammentazione, o meglio, di vibrazione dovuta al tipo di rivestimento costituito da piramidi di mattoni disposte in forma estremamente variabile e che creano la trama di questo “tessuto”. Furono impiegati mattoni di terza scelta, perché ciascuno di essi presentava un aspetto diverso. Ciò ha creato sorprendenti effetti cromatici e un sottile gioco di riflessi al variare dell'incidenza della luce e delle condizioni atmosferiche.

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Ludwig Mies van der Rohe, Padiglione per l'Esposizione di Barcellona, (1929)

Questo padiglione è stato interpretato come una casa ideale. Si tratta di un luogo di ricevimento della famiglia reale all'interno dell'Esposizione Universale, durante la visita a tutti i padiglioni.

Mies (1886-1969) compie un tirocinio prima nello studio di Bruno Paul e poi in quello di Behrens, dove viene a contatto con Le Corbosier e Gropius e assorbe il clima del Werkbund. Anche Mies ha una formazione di derivazione espressionista, condivide infatti l'adozione del vetro come elemento di trasparenza materiale che utilizza nel grattacielo di vetro per Berlino che diventa il suo manifesto programmatico. In un testo scritto per la progettazione di un generico edificio per uffici dice: "Ambienti di lavoro luminosi, ampi, ordinati, non suddivisi, ma solo articolati come l'organismo dell'azienda. Massimo effetto col minimo spreco dei mezzi. I materiali sono il cemento, l'acciaio, il vetro. Le strutture in acciaio nella loro essenza sono strutture a scheletro, né pasticci, né torri blindate. E' la costruzione ad armatura portante di una parete non portante. Dunque edifici pelle ed ossa". Gli scritti di Mies sono laconici e lapidari, come lo è del resto tutta la sua architettura. Si esprime con aforismi e slogan. I suoi testi sono ora pubblicati in un volume edito da Skira.

Punto di partenza della poetica di Mies è una perfetta aderenza alla destinazione d'uso, l'idea del massimo risultato col minimo spreco di mezzi, che porta a quella concezione di riduzione, di semplificazione, di non aggettivazione dell'architettura. Poi è fondamentale l'idea della costruzione ad armatura portante che ha al suo interno pareti non portanti. Tutto questo prende forma proprio nel Padiglione di Barcellona.

Nella riflessione architettonica di Mies c'è un avvicinarsi all'anonimato, egli vi riconosce la tendenza autentica della contemporaneità. Si stacca gradualmente da quel pathos che lo aveva coinvolto negli scontri sul pensiero espressionista, per avvicinarsi ad una razionalità sempre più pura, sempre più cristallina. Egli sostiene che la forma non è il fine dell'architettura ma che è importante interessarsi soltanto al processo che la genera. Non si tratta, quindi, di una forma aprioristicamente determinata, sulla quale regolare la propria idea di architettura, ma proprio il risultato di un’indagine sulla costruzione. Il processo di costruzione troverà in Mies una sofisticata ricerca di semplificazione, di riduzione fino ad esprimere nodi architettonici come puri accostamenti di elementi primari (casa Farnsworth).

Nel caso del Padiglione esiste un riferimento a Wright ed anche una riflessione sul suprematismo russo (già presente nella concezione della pianta per la casa in mattoni del ’23).
Lo schema planimetrico è semplicissimo nel senso che si tratta di un primo ambiente rettangolare e di un secondo più piccolo quadrato, uno specchio d'acqua che si trova nello spazio di risulta che collega idealmente questi due corpi, un secondo specchio d'acqua che si trova sul retro dello spazio d'accoglienza principale.

In quest'opera Mies rende monumentale il vuoto. Per la prima volta in architettura il vuoto diventa il generatore dello spazio. Non c'è più la necessità di creare una spazialità in negativo, come elemento risultante dalla disposizione di singole parti come muri e soffitti. La presenza del telaio metallico consente alle pareti di rinunciare alla funzione portante e c'è la prevalenza dell'involucro sulla struttura, la struttura viene ridotta al minimo, perfettamente rappresentata dagli otto piccoli pilastri a croce. Al tempo stesso questi pilastrini vengono trattati come gioielli, sono dei nodi impreziositi. Vengono utilizzate delle pareti non portanti che creano uno spazio totalmente aperto, in cui non esistono punti d'incontro, angoli.
Questo Padiglione concede a Mies la possibilità di realizzare quello che il Neoplasticismo non era riuscito a realizzare.

La costruzione era composta dalle seguenti parti di un plastico meccanismo: basamento di travertino, alto otto gradini, che conteneva in un angolo una vasca d'acqua rettangolare avente al funzione di rispecchiare le altre parti dell'edificio e di dare uno spessore al basamento stesso in cui risultava come "scavata"; un muro-lastra con una panchina addossata, il quale reggeva virtualmente e collegava i piani di copertura delle zone coperte del padiglione, formando anche un setto di separazione fra gli spazi esterni e quelli interni; otto montanti metallici cromati a sezione cruciforme reggenti il solaio di cemento armato che copriva la vera e propria area dell'esposizione, il cui ambiente interno era articolato con altre lastre di muratura e con pannelli di vetro e metallo; una seconda più piccola vasca d'acqua, dalla quale sorgeva una scultura figurativa di G.Kolbe, era sistemata sul lato più breve della costruzione ed era contenuta entro una sorta di patio circondato per tre lati da muri rivestiti di onice, a formare all'esterno non più un gioco di lastre, ma un volume chiuso; un altro volume, sul lato opposto, circondava la vasca grande e i locali di servizio. I lati brevi del Padiglione non presentano la scomposizione del volume in piani con rientranze e sporgenze propria del De Stijl, ma murature che, piegandosi a 90°, formano classicistici volumi. Mies tende ad unificare nel Padiglione avanguardia e tradizione, sperimentazione e classicità (si veda per esempio la poltrona disegnata per il padiglione, ispirata direttamente al modello del  greco).
Anche nella casa Schroder abbiamo visto lo sforzo di eliminare l'angolo che in realtà non ha una reale ragione di esistere. Le pareti sono realizzate con intere lastre di materiali preziosissimi (onice, marmi, ecc.) e non vengono utilizzate decorazioni all'infuori della natura stessa dei materiali: si torna alla realizzazione del grande sogno di un architetto come Loos, che accettava come unica decorazione quella della realtà del materiale). Vengono pensate una serie di statue poste come punti focali di una serie di disposizione prospettiche all'interno del padiglione di Mies. L'unica che viene poi realmente posta in opera è quella dello scultore Georg Kolbe, che viene messa oltre lo specchio d'acqua sul retro del Padiglione. Il Padiglione è stato distrutto e poi ricostruito nel 1986 in maniera estremamente filologica, tenendo conto dei disegni di progetto, delle fotografie, di uno studio attento dei documenti a disposizione.

Walter Benjamin scrisse un saggio sulla riproducibilità dell'opera d'arte nel quale sosteneva che esiste un'aura dell'oggetto artistico che non potrà mai essere riprodotta. L'oggetto d'arte vive del suo "qui e ora", vive della memoria che si accumula, e qualunque riproduzione grafica, per quanto ottenuta con la migliore delle tecnologie, non potrà mai riuscire a rendere l'opera viva nella sua storia quanto l'opera stessa. Se un'operazione del genere fosse fatta su un'opera di scultura o di pittura, si griderebbe al falso; cosa salva l'opera di architettura da questo genere di processo? La salva proprio il suo carattere di progettualità, cioè l'ideazione e creazione della forma artistica. L'opera architettonica è l'unica che trova nella progettazione una sua radice fondativa. L'idea s'incarna primariamente nel progetto e poi in un secondo momento nella realizzazione. I tempi diventano molto più ampi. La commerciabilità o vendibilità dell'opera si trovano proprio nell'idea, non si tratta di opere d'arte che possono essere vendute ad un'asta. Ciò che viene venduto ad un'asta è il bozzetto che diventa il depositario di quell'idea di progettazione che può essere o non essere realizzata.


La costruzione è composta dalle seguenti parti:
un basamento di travertino, alto otto gradini, che contiene in un angolo una vasca d'acqua rettangolare, come "scavata", avente al funzione di rispecchiare le altre parti dell'edificio e di dare uno spessore al basamento;
un muro-lastra con una panchina addossata, il quale regge virtualmente e collega i piani di copertura delle zone chiuse del padiglione, formando anche un setto di separazione fra gli spazi esterni e quelli interni;
otto montanti metallici cromati a sezione cruciforme reggenti il solaio di cemento armato che copre l’area dell'esposizione il cui interno è articolato con altre lastre di muratura e con pannelli di vetro e metallo;
un altro spazio chiuso, sul lato opposto, circondava la vasca grande con i locali di servizio; una seconda più piccola vasca d'acqua, dalla quale sorge una scultura di G.Kolbe, e contenuta entro una sorta di patio circondato per tre lati da muri rivestiti di onice, a formare un volume chiuso.
I lati corti del Padiglione non presentano la scomposizione del volume in piani propria del De Stijl, ma murature che piegandosi a 90°, formano classicistici volumi.

Mies tende ad unificare nel Padiglione avanguardia e tradizione, sperimentazione e classicità, “Continuità ed Avanguardia” (saggio di K.Frampton in cui fa un’analisi sul rapporto fra scelte costruttive e riferimenti formali in casa Tughendat e casa Wolf).
Vi è una doppia legge, il classico, nel riferimento a Schinkel, per la ricerca di monumentalità, per l’idea del basamento; per l’invenzione di Ordini; idea di recinto. L’avanguardia per il riferimento al Suprematismo nella planimetria e nello spazio; per la ricerca della semplificazione, astrazione, razionalità, purezza; per la volontà di affidare il decoro alla texture di materiali nobili.

Le pareti sono realizzate con intere lastre di materiali preziosissimi (onice, marmi) e non vengono utilizzate decorazioni all'infuori della natura stessa dei materiali: si torna alla realizzazione del grande sogno di un architetto come Loos, che accettava come unica decorazione quella della realtà del materiale.

Il Padiglione è stato distrutto e poi ricostruito nel 1986 in maniera estremamente filologica, tenendo conto dei disegni di progetto, delle fotografie, di uno studio attento dei documenti a disposizione.

Si pone come occasione per riflettere sulla riproducibilità dell’opera artistica, nello specifico di architettura.
Walter Benjamin sosteneva che esiste un'aura dell'oggetto artistico che non potrà mai essere riprodotta. La migliore delle tecnologie, non può riuscire a rendere l'opera viva nella sua storia quanto l'opera stessa. La riproduzione di un’opera d’arte è considerata un falso.
Per l’architettura bisogna, forse, riflettere sul suo carattere di progettualità, sull'ideazione e creazione della forma artistica. L'opera architettonica è l'unica arte che trova nella progettazione una sua radice fondativa. L'idea s'incarna primariamente nel progetto e in un secondo momento nella realizzazione.
La questione di fondo è che, in particolare con il Movimento Moderno, il rapporto fra atto di progetto e realizzazione è fortemente svincolato, la realizzazione è un fatto tecnico. Il valore dell’opera è rintracciabile sostanzialmente nel progetto.

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Le Corbusier, Villa Stein, Garches (1927) e Villa Savoye, Poissy (1929-1931)

In questi anni Le Corbusier progetta le due ville fondamentali, ovvero Villa Stein e Villa Savoye.
Si tratta di edifici fondamentali perché dal 1925 in poi Le Corbusier compie delle innovazioni. Oltre ad arretrare la struttura in calcestruzzo rispetto all'involucro esterno ne indaga le soluzioni conseguenti nel disegno delle finestre e nell'impaginato dei prospetti.
Altro tema nuovo che introduce nel progetto di queste case è l’idea di una complessità spaziale, concepita diversamente da come la intendeva Wright. Se Wright per costruire la complessità distribuisce gli spazi lungo percorsi prospettici,
Le Corbusier ha come obbiettivo quello di ottenere lo stesso risultato all'interno di un solido puro.
La sfida che pone all'architettura è quella di riuscire a creare un percorso interno complesso, fatto di mutamento dei punti di vista, di simultaneità, di durata (cioè di continuità nel tempo).
Le Corbusier introduce dunque il concetto della “promenade” architettonica, conseguenza diretta della cultura Cubista.

Le due ville hanno una relazione stretta con opere della classicità, in termini di analogia e di dissonanza.
Il libro scritto da Colin Row intitolato "La matematica della villa ideale" mette a confronto le due ville di Le Corbusier con due ville di Palladio, sulla base della disposizione dello spazio che tiene conto di un ritmo fondato sull'alternanza delle campate e sulla base di una serie di misure modulari, fondamento del pensiero di Le Corbusier sulla poetica del modulo.

Il parallelo tra la Villa Stein e la Malcontenta del Palladio del 1560 tende proprio a sottolineare la ritmicità classica presente in entrambe, fondata sul ritmo delle campate secondo uno schema A-B-A-B-A, ovvero su un'alternanza di campate singole e di campate doppie. In entrambe le ville si vengono a delineare quelli che saranno i cinque punti dell'architettura enunciati in una conferenza nel 1929: la pianta libera, la facciata libera, la finestra in lunghezza, il pilastro sottile e il tetto a giardino. Tuttavia vi è una sostanziale differenza nel concetto di spazio fra le ville di Palladio e di Le Corbusier: se l’organizzazione della pianta palladiana genera uno spazio accentrante, quella di Le Corbusier è di tipo centrifugo, dovuto alla disseminazione degli elementi funzionali.

L’idea generale della Villa Savoye è quella dell’oggetto sospeso sul prato di un grande giardino, dove l’attacco a terra è determinato principalmente dai sottili pilastri e dalla rampa che attraversa tutto l’edificio fino al tetto. Lo spazio a piano terra infatti è completamente chiuso da un involucro di vetro. Al piano superiore il rapporto interno - esterno è solo visivo, attraverso le grandi finestre orizzontali.

Il giardino pensile diventa il luogo di intrattenimento, di sosta a contatto con la natura artificializzata, priva dell’umidità del giardino vegetale. I collegamenti verticali sono garantiti da una scala elicoidale e da una rampa che garantisce la passeggiata architettonica, concetto ripreso dall’insegnamento dell’architettura araba, in cui era forte la ricerca della varietà e della deambulazione.
Per Le Corbusier è importante ottenere varietà all'interno di uno schema costruttivo cosi' rigoroso.

Al piano terreno la villa presenta un portico su tre lati e un volume edificato con il garage, la casa del custode, l'inizio di una rampa e quello di una scala.
Il piano superiore è un volume dai lati uguali sospeso sui pilastrini, arretrati dal filo della parete tanto da rendere ciascuna facciata un piano libero, attraversato in lunghezza da una finestra anch'essa libera da montanti.
Un altro elemento importante è la presenza nella parte superiore del solarium, di uno di quelli che lui definirà "oggetti a reazione poetica", cioè degli oggetti indefinibili il cui senso risulta difficile da cogliere al primo momento, si tratta di elementi che per la carica iconica e disorientante fanno ricordare la poetica Dadaista.

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Hugo Häring, Fattoria Gut Garkau, Lubecca (1924)
L'edificio simbolo della linea organica è la fattoria Gut Garkau,
Di questo edificio, stranamente, non si hanno molte immagini soprattutto dell'interno, di cui ci è pervenuta soltanto una pianta che ci permette di intuirne la spazialità.

Il principale problema incontrato da Häring (1882-1958), e da chi come lui seguirà la linea "organica", è il partire, nell'opera di progettazione, dalla forma piuttosto che dalla volumetria esterna, quindi dall'interno, dalla vivibilità della concavità spaziale.

Häring si interessa di storia dell’architettura e in particolare nei suoi scritti pone una distinzione fra una forma che risponde ad uno scopo utilitario ben determinato rispetto alla forma concepita come espressione.
Da un lato, quindi, i bisogni concreti primari dall'altro, quasi in opposizione, le tensioni spirituali che riguardano il problema della creatività.
Questo divario, che appare a prima vista insanabile, è proprio quello che Häring cerca di colmare.

Il problema della relazione fra la forma e la funzione, che è il problema di tutto il primo novecento, secondo Häring si risolve trovando il giusto equilibrio tra questi termini del problema osservando la natura. In essa egli riesce a ritrovare il perfetto equilibrio tra l'aspetto meccanico, squisitamente funzionale, e l'aspetto più libero e creativo.

Il punto di partenza nella fattoria Gut garkau sulla riflessione dello spazio è quello del lavoro dell'uomo, dal momento che si tratta di una tipologia la cui destinazione d'uso pratica è molto vincolante.

Häring mette in stretto rapporto l’ ”atto e la forma”. Infatti l’architettura è concepita come un guscio che si modella a partire dai gesti dell’uomo. La risultante volumetrica è una sorta di vestito, di abito che ricopre questo spazio, creato quindi dal movimento dell'uomo che lavora all'interno dell'edificio.
La pianta a pera, infatti, secondo Häring identifica la migliore fra le soluzioni per consentire lo svolgersi di attività di foraggiamento all'interno della stalla, è adeguata alla disposizione degli animali per motivi di movimento e di igiene.


Si può parlare di questo edificio come un’opera anticonvenzionale, Infatti il suo formalismo ha in sè il funzionalismo che tiene conto di un approccio naturalistico. Questo avviene in un momento di grande diffusione di edifici che rispondono invece all'utilizzazione di una geometria data aprioristicamente.

È dimostrata un’attenzione che fa sconfinare la competenza disciplinare dell'architetto verso un campo biologico e naturalistico. Ma la grande forza di molti dei maestri del primo novecento sta proprio in questo approccio interdisciplinare alla loro materia specifica.
L'architettura diventa il punto di arrivo di una cultura molto più ampia, più vasta; una formazione sociale ad ampio raggio dell'architetto, che fa sì che la buona architettura sia data dalla combinazione di molte materie e discipline.
A questo proposito è utile fare una piccola digressione sul fatto che si è visto come il vetro sia un dei materiali che danno luogo al concetto di modernità nell'architettura del primo novecento. Nel vetro c'è da un lato il desiderio di una maggiore illuminazione naturale, dall’altro come elemento di mediazione che diventa sempre più evanescente nella divisione tra esterno ed interno. L'apertura non diventa più solo elemento di areazione, ma vengono affiancati alle grandi superfici vetrate sistemi di areazione apposti a questo schema.

Vengono utilizzati per la realizzazione di questo edificio materiali naturali (legno e mattoni) che sono uniti alla struttura in cemento armato con travi a sbalzo.
Häring esprime una forte attenzione al luogo proprio nell’uso dei materiali: Il clinker è un elemento autoctono e riguarda una tradizione mitteleuropea. Possiamo notare dunque da un lato la tendenza a creare forme nuove ma dall'altro un confronto costante con gli elementi del luogo.

Il progetto di questa fattoria si è posto in chiara polemica contro le forme tradizionalmente adottate che però non hanno nessuna ragione da un punto di vista pratico. Ciononostante l'edificio si inserisce nel paesaggio assai più armonicamente dei vecchi edifici circostanti.

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Alvar Aalto, Biblioteca di Viipuri (1927-35)

Rappresentante della tendenza organica per l’architettura è Alvar Aalto (1898-1976), finlandese. Come è facilmente riscontrabile i popoli nordici, scandinavi, hanno una predisposizione quasi naturale a questo tipo di architettura.

Alcuni dati sulla formazione:
Egli si trova a lavorare in Finlandia negli anni in cui viene dichiarata l'indipendenza finnica (1917), quando si presenta il problema (che è comune a tutte le nazioni nascenti) di creare una forma architettonica che sia corrispondente ad una serie di precisi ideali e scelte formali che caratterizzino l'appartenenza ad una cultura e alle sue tradizioni.
In realtà, la cultura finnica non aveva una tradizione così forte da produrre un vero stile nazionale. Assorbe in parte dalla vicina Svezia, la linea di classicismo che andava sviluppando in quel momento.

Il primo periodo di Aalto è proprio segnato da un classicismo di sapore italiano caratterizzato da una libera interpretazione decorativa del Rinascimento e del classicismo palladiano.
Ma l’influenza determinante è rappresentata dalla conoscenza del classicismo di Gunnar Asplund (1885-1940), svedese, esemplificato nella realizzazione della Biblioteca di Stoccolma. Si tratta di una ricerca che rivendica una matrice geometrica, illuministica, nel senso che vengono adottate forme primarie, solidi platonici che diventano il motivo conduttore delle varie creazioni architettoniche dell'epoca.

Da Asplund Aalto riprenderà quei toni, che possiamo definire manieristici, all'interno del progetto per la Biblioteca di Viipuri, che viene realizzata tra il 1927 e il 1935, e che conoscerà una gestazione progettuale molto complessa. Da una prima ipotesi dove i contributi del classicismo erano molto evidenti, dove veniva recuperato da Asplund anche il concetto di ingresso alla sala principale, si arrivò attraverso numerosi passaggi alla soluzione definitiva che si libera completamente dell’eredità formale del maestro, approdando ad una definizione autonoma ed innovativa del progetto.

Aalto ha la caratteristica peculiare di non aver lasciato libri o manifesti o comunque testi teorici con una connotazione saggistica. Abbiamo delle raccolte di pensieri desunte da interviste, da presentazioni di libri, da conferenze. Tuttavia la sua opera è stata di grande influenza nella cultura architettonica del novecento.

Ricordiamo alcuni episodi. Dopo l’iniziale entusiasmo e l’adesione al funzionalismo, (1927 trasferimento a Turku, e progetto per l’edificio della testata giornalistica), nel1929 Aalto partecipa al II CIAM sull’Existenz Minimum. Già in questa circostanza articola una riflessione che punta a superare alcune dei presupposti limitanti del funzionalismo, alla casa minima vuole sostituire la casa universale, alla casa standard quella flessibile, in accordo con la fisiologia.
Nel 1935 tiene una conferenza dal titolo “Il razionalismo e l’uomo”. Si tratta di una forte critica al funzionalismo per i suoi risultati inumani. Aalto imposta una ricerca basata sull’Inclusività del progetto ma allo stesso tempo sul rifiuto dell’ingenuo formalismo che poteva rappresentare una falsa via di uscita al problema.

Già nel progetto della biblioteca è possibile vedere quelli che saranno i temi di attenzione di tutta la sua poetica. Innanzitutto, come per Häring vi è estrema attenzione per la destinazione d'uso. Si tratta di un edificio, collocato in una zona centrale della città ai margini di una zona verde, costituito da due corpi di fabbrica giustapposti e slittati fra loro. Quello più grande contiene gli spazi principali destinati alla collocazione, distribuzione e lettura dei libri, l’altro ad uffici e contiene anche la sala riunioni. Per la sala di lettura, prevede un ampio locale che non ha un rapporto interno-esterno: è chiaramente un interno separato dall'esterno, non vengono adottate ampie superfici vetrate perché un contatto diretto con l'esterno avrebbe distratto il lettore nella sua operazione di studio.
Questa scelta fa scaturire il problema dell'illuminazione: Aalto studia l'angolazione dei raggi solari di Viipuri, che si trova a nord della Scandinavia, e nota che questi non superano mai i 52°. Progetta 57 conoidi pensati per costituire degli "imbuti" in cui la luce diretta si infrange sulle pareti e illumina solo di riflesso la sala. L’idea dei conoidi introduce un elemento doi grande novità perché non si limita ad introdurre luce dalla parte alta delle pareti (biblioteca di Stoccolma) ma la rende zenitale e modulata, quindi diffusa, riflessa.

Per notare come permanga il procedere con diverse soluzioni rispetto ai programmi a seconda di necessità funzionali possiamo considerare il trattamento della sala riunioni. Il problema è inverso rispetto all’altro spazio. Diventa piacevole, sia per l'oratore che per gli spettatori, poter avere un contatto diretto con il paesaggio esterno, l’uso di ampie superfici vetrate si accorda con la funzione collettiva e di relazione che esprime lo spazio.
Elemento fondamentale nella sala riunioni è, inoltre, l'acustica. Aalto risponde a tali esigenze con una copertura formata da una lastra continua, composta da strisce di pino, con un profilo ondulato studiato in modo che la voce, partendo da qualsiasi punto della sala, potesse essere diffusa uniformemente in qualsiasi direzione.

Questa è la tipica attenzione di una concezione organica: pensare all'uomo in termini non gerarchici, ma come cellula di un più ampio organismo. Va notata la strategia distributiva dei libri e del controllo (diversamente dalla biblioteca di Boullé pensata come incrocio di due grandi transetti al cui incontro vi era la torretta del controllore).
In questo caso il problema viene risolto con un dislivello altimetrico: la distribuzione dei libri avviene nella parte in alto e questo permette la distinzione dei compiti e delle funzioni. Dall'alto questa funzione di controllo viene naturalmente espletata e al tempo stesso vi è la possibilità del ritiro diretto dei libri da parte degli interessati.

Va fatta una notazione a proposito della concezione della progettazione in senso globale. All'interno di questa biblioteca, come di quasi tutte le costruzioni di Aalto, non esiste la distinzione fra architettura come struttura e architettura come oggetto di uso quotidiano. La progettazione investe tutti i campi e aspetti dell’edificio, non come anelito all'opera d'arte totale tipica dei maestri della secessione, ma per cercare di rendere più stretto il rapporto fra i problemi alle diverse scale dell’opera.

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Alvar Aalto, Sanatorio di Paimio (1929-32)

In questo progetto tutto è pensato in funzione dell'uomo, dell’ammalato, un paziente non generico, che usufruisce di un trattamento elioterapico. I temi di architettura sono fortemente indirizzati al soddisfacimento di vincoli funzionali. L'orientamento dell'edificio, e la disposizione dei corpi di fabbrica, asseconda l'intenzione di ottenere un livello ottimale di areazione e di insolazione.

Il corpo principale è quello destinato ai degenti, mentre quelli decentrati sono per i servizi medici e amministrativi. È stato notato come il modello della concezione aaltiana sia stato in questo caso quella della meridiana, dell'orologio solare,

Sicuramente è questo uno degli edifici maggiormente riconducibili all'ottica geometrica, ma l’organicismo di Aalto non sta nelle forme quanto nel significato delle scelte.
La morfologia architettonica non si discosta da quella razionalista: finestre in lunghezza, solai e balconate a sbalzo, con qualche concessione, come nelle testate, al gusto neo plastico. All'interno vengono create stanze per i degenti che cercano di mettere il paziente nelle migliori condizioni per ricevere la propria terapia.

Vengono adottati diversi semplici ma efficienti accorgimenti: anzitutto il sistema di riscaldamento e i sistemi di condizionamento possono essere elementi di disturbo per la riabilitazione anziché agevolare la guarigione.
Un altro accorgimento fondamentale è il trattamento cromatico delle pareti e il dosaggio della luce in funzione del fatto che di solito l'architetto pensa l'ospedale da una posizione verticale (dalla posizione di una persona sana) mentre il destinatario di questa struttura è il malato, che quasi sempre si trova in posizione orizzontale.

Vi sono tre corpi di fabbrica principali, l'uno che ospita camere di degenza per circa 290 pazienti, alto 6 piani e orientato a sud-est. L'altro, collegato al primo mediante corridoi e il gruppo scala-acscensore, presenta i lati lunghi disposti a sud (sale da pranzo) e nord (soggiorno). Il terzo corpo è destinato ad ospitare servizi e cucine. Gli alloggi per medici e paramedici si trovano in un’altra struttura.


La natura organica del sanatorio è testimoniata anche dalla varia e apparentemente libera disposizione dei corpi di fabbrica, che seguono l'orientamento del sole e l'andamento orografico del suolo: non si interviene in maniera violenta sul suolo eliminando le differenze altimetriche, ma si segue l'andamento naturale.
La disposizione funzionale è studiata perché i pazienti seguono il corso del sole nei vari momenti della giornata, spostandosi dalle camere di degenza alle terrazze dove possono avere l'insolazione diretta.
Ovviamente anche nei prospetti si nota la grandissima articolazione in terrazze e balconi funzionali a seguire i principi dell'elioterapia. Vi è anche una articolazione abbastanza composita fra i diversi blocchi, nel senso che in alcuni momenti prevale il rivestimento con la superficie piana, in altri luoghi i balconi vengono messi a sbalzo. Le finestre non hanno un unica forma e nei vari prospetti assumono anche diverse altezze.

Vi è una grossa differenza fra le finestre che illuminano le camere e quelle dei corridori, proprio in termini di grandezza. Nella prospetto sud, che corrisponde ai servizi comuni, il rapporto fra il pieno e il vuoto corrisponde a quello delle maglie del telaio strutturale. In alcuni casi quindi vi è una maggiore tamponatura del telaio strutturale e in altri casi una piena corrispondenza fra l'apertura e le maglie del telaio strutturale.
Altro elemento topico studiato da Aalto come indice dell'attenzione verso l'uomo-cellula, l'uomo che fruisce della costruzione, è dato dall'attenzione verso i lavandini. Vengono progettati dei lavandini particolari con l'obiettivo di evitare la schiavizzazione derivante dalla standardizzazione, dall'uso di oggetti provenienti dall'industria senza applicazione precisa al singolo caso. I lavandini vengono studiati in modo da ridurre al minimo il rumore dell'acqua, per rispondere alla necessità di quiete.
Il progetto ha un probabile riferimento ad un altro sanatorio realizzato in quegli anni, in particolare ha affinità col sanatorio di Duiker in Olanda per la morfologia generale dell’edificio, disteso e disarticolato in diversi blocchi.

 

 

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